1960 di Leonardo Colombati

Recensione di Valerio

1960-leonardo-colombatiDue cose m’hanno indotto ad acquistare “1960”, di Leonardo Colombati: la coincidenza tra il titolo e il mio anno di nascita, oltre alla splendida foto di Catherine Spaak in copertina. Un fotogramma in cui la torsione e lo sguardo disegnano un’immagine di ipotetico candore e di più concreto mistero, quello dei pensieri della giovane donna. Davvero irresistibile.
Dico subito che il romanzo andrebbe letto già solo per come è scritto, per il suo sontuoso italiano, che riflette anche il mondo borghese della maggior parte dei personaggi. Come pure per alcune soluzioni narrative molto originali, come quella di collegare scene e personaggi per tramite di registrazioni telefoniche e interviste a (ipotetici?) testimoni dei fatti. Oltre a questo, siamo davanti a una struttura narrativa complessa e ambiziosa. I due temi centrali: la guerra fredda e le ambizioni dei principali personaggi maschili, Agostino, Meneguzzer, Gianni Negri e il “Dottor De Tremendiis”, s’intrecciano con la rappresentazione dell’epoca del governo Tambroni e delle Olimpiadi, disputatesi quell’anno a Roma. Non mancano altre apparenti divagazioni dalla traccia principale, che servono però a ricostruire un quadro più ampio sulla vita e la società italiana di allora, e forse anche di sempre. I personaggi principali sono agenti del Sifar, ossia dei servizi segreti. Sono indirettamente coinvolti nel progetto di colpo di stato organizzato da un generale ex fascista e da un ex membro della CIA. Qui in realtà Colombati mischia un poco le carte, nella sua pur eccellente ricostruzione storica. Per sommi capi ricordiamo che nel luglio 1960 il governo Tambroni si dimise, un mese prima dell’avvio delle Olimpiadi romane, e un mese dopo i disordini provocati dal congresso del MSI a Genova e poco dopo l’eccidio di Reggio Emilia, dove si ebbero cinque morti. A Tambroni è stato ascritto un progetto di colpo di stato, appoggiato dal presidente Gronchi, definito in codice “operazione ippocampo”. Il colpo di stato che Colombati descrive, è più coerente con quello progettato dieci anni dopo da Junio Valerio Borghese, e che infatti contava sull’avvallo della CIA, verificato dall’imprenditore Adriano Monti che era volato a Madrid per incontrarvi l’ex criminale nazista Otto Skorzeny, uomo appunto vicino all’agenzia statunitense (fatto citato alla lettera nel romanzo). Si presta a mio avviso a critica il modo in cui quel progetto viene nel romanzo presentato in un modo un poco farsesco, perché il rischio è di concepire le trame occulte di servizi, fascisti e massoneria, come fatti in fondo non determinanti della storia patria contemporanea. Tuttavia il merito mi sembra di aver trattato un periodo in cui muoveva i primi passi il cosiddetto “consociativismo”, che sopravvisse alla crisi della prima repubblica e si spera possa essere entrato in crisi solo nei nostri giorni. Leggendo il romanzo e volendo verificarne i riferimenti, molti saranno indotti a riscoprire il ruolo dei servizi segreti (specie i cosiddetti “deviati”) nella storia politica nazionale; si pensi alle varie ristrutturazioni che portarono ai diversi cambi di sigle: dal SIFAR al SID nel 1966, poi al SISMI nel ’77 e dal 2007 all’attuale AISE (agenzia informazioni e sicurezza esterna) che collabora con i RIS-Difesa. Se non esiste più la rete di Gladio, l’organizzazione parallela militare-civile per la lotta al comunismo, è dubbio che i protagonisti occulti della strategia della tensione siano andati in pensione. Nel 1960 vivevamo nella “democrazia bloccata”, se si pensa che i progetti di colpo di stato, prima di Tambroni-Gronchi e poi di De Lorenzo, fino a quello di Borghese, erano volti a bloccare la democratizzazione del paese (anche se per alcuni storici Tambroni fu addirittura un progressista potenziale). “1960” è quindi prima di tutto un romanzo storico, anche se sono presenti elementi del genere thriller. Poi è un romanzo di parole, nel senso che l’autore ricostruisce personaggi e luoghi avvalendosi di una prosa davvero brillante, che solo in pochissimi punti scade nell’autoreferenzialità. In particolare è godibilissima la ricostruzione dell’ambiente culturale romano, dove s’aggirano, assieme allo scrittore americano John Fante, contattato dai servizi per fare da tramite dell’offerta di diserzione a un atleta sovietico, Pasolini, Moravia, Arbasino, Nabokov, Flaiano, Fellini, Calvini e altri ancora. Ecco un brano in cui Fante conosce l’addetto stampa israeliano che poi gli farà da (approssimativo) traduttore nelle notti romane.
“Ecco: adesso il sole – questo dio semitrasparente – rovescia una cascata di sfavillii dorati sulla figura di una ragazza seduta davanti all’ufficio delle poste del villaggio: i lunghi capelli neri sono cinti da una coroncina di plastica con dodici stelle; le mani, lunghe e subacquee, sono intrecciate sul ventre rigonfio per via di una gravidanza agli sgoccioli. Fante è il primo ad accorrere alle grida di dolore e di spavento: il travaglio è iniziato. Da vicino, si capisce subito che la ragazza è giapponese; minuta com’è, figurerebbe meglio in una scena del repertorio jõruri, laghetto di specchio e petali di ciliegio fissati alle assi con colla di farina.
Fante prova a parlarle, le mette un braccio dietro la schiena per aiutarla ad alzarsi, ma la ragazza tutta vestita di luce fa no con la testa e piange, inframmezzando i lamenti con brevi scoppi di risa soffocati. Come le sette teste del drago rosso, sui due convergono sette soccorritori: un pallanuotista jugoslavo con tanto di calottina bianca (l’ha portata al refettorio per usare il paraorecchie come tamburi in una spericolata versione di Ederlezi per calottina e forchetta); un giudice di wrestling originario di Tikrit; uno spadaccino francese che a ogni passo agita i lunghi capelli rosso fuoco e fa sospirare le atlete; un sollevatore di pesi arabo; il pallido frutto del Baden-Württemberg, autoproclamatosi discendente degli Hohenstaufen, che da due giorni – con aria sadica e lasciva – si aggira per il villaggio con un falcone sulla spalla; un barbuto energumeno non meglio identificato – dal cui sguardo azzurro Fante si sente attraversato – e un piccoletto, tutto sudato, che s’illumina non appena inquadra Fante davanti ai suoi occhiali: «Ah, ma è lei: John Fante! Quale onore! Mi presento: il mio nome è Yitzchak Antìpatros. Sono l’addetto stampa della squadra olimpica israeliana»”. (p.243)
Quanto al desiderio erotico dei personaggi maschili, Gianni Negri, che non riesce a viverlo concretamente per via d’una sensibilità bloccata, lo sposta sul piano immaginario mentre intercetta le chiamate della figlia di un agente del SIFAR (Tambroni inaugurò la schedatura di tutti, comunisti, ma anche quelli che stavano dalla sua parte):
“Gianni non l’ha mai vista, Olimpia; conosce solo il suo suono, ma in quel suono ha trovato una sofferenza e una tale sincerità da farlo vergognare. Gli basta ascoltarla per fantasticare, come faceva tanti anni fa con le voci delle amiche di sua madre, di là, che bevevano e ridevano e ogni tanto parlavano di lui: «Un amore!»… Non potevano sapere che lui era il bambino silenzioso e un po’ malato che si perdeva in ogni cosa gli capitasse. Il ricordo brilla e gocciola. La notte, poi, a sedere sul letto perché l’asma non lo soffochi, Gianni elabora piani, abbandonato sui guanciali ammontati, e attraverso le gonfie palpebre socchiuse controlla che la maniglia della porta non si metta a girare”. (p. 274)
In questo dialogo tra lui e il suo superiore, Agostino; traspare una certa misoginia mutua:
“«State insieme da molto?»
«No, non molto.»
«Be’, può capitare che certi eventi, come un lutto…»
«Non so.»
«E poi» fa Agostino, ammiccando, «le donne, chi le capisce?»
«Vero.»
«Dalle donne riceviamo molto meno di quanto desideriamo.»
«Ben detto» commenta Gianni con un sorriso.
«E qual è il risultato?»
Gianni alza le spalle.
«Soffriamo» dice Agostino.
«Soffriamo» ripete Gianni, ma così rapidamente che si mangia l’amo del suo interlocutore.
«La verità è che in fatto di donne siamo degli idealisti: le vorremmo su di un piedistallo; ma non ci rendiamo conto che sono frivole, ignoranti, crudeli, e che il loro posto è ai nostri piedi, nella polvere e nel fango.»” (p.279)
Cento pagine dopo il narratore non resiste e del suo personaggio, Gianni, scrive: “La verità è che Gianni non vede che se stesso”. (p.374) Cosa che appare vera anche per Agostino e diversi altri.
Assolutamente godibile.

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