Perfidia di J. Ellroy

Recensione di Valerio

81dtpvIVbyLCapita di abbandonare un libro, di decidere che non vale più la pena di andare avanti. Quel che abbiamo letto “non ci è piaciuto”, magari ci ha pure irritato o fatto incazzare.
Ė stata questa l’esperienza con “Perfidia”, di J.Ellroy, e mi è dispiaciuto, sia perché avevo letto con soddisfazione anni fa la sua “Dalia Nera”, sia perché il libro mi è costato la bella somma di 22 euro. Quel che non piace al lettore, agli scrittori dovrebbe interessare più di ogni altra cosa; peccato che Ellroy non leggerà mai la mia recensione.
Non è quel che si racconta, ma come lo si racconta, a fare la differenza. Quindi gli scrittori cercano spesso d’inventarsi qualcosa di nuovo, per trasmettere nuove sensazioni, per colorare il mondo di tinte speciali. “Perfidia” è costruito per frasi brevi, enumerazione di azioni in successione o semplici elenchi di cose. In alcuni punti, dove questo sembra ottenere un effetto apprezzabile, è come se il lettore fosse colpito simultaneamente da una serie di stimoli di diversa provenienza che lo portano a vivere la scena dall’interno (identificandosi) e dall’esterno (come spettatore) del personaggio; in altri punti, la stessa tecnica rende solo la narrazione più confusa e nebulosa, quando i fatti narrati sono meno immediatamente significativi e coinvolgenti. Riporto il brano migliore, a mio avviso, tra le prime 280 pagine, che vede protagonista la ventenne Kay Lake, “arrivista di talento”, che è stata ingaggiata dalla polizia per infiltrarsi tra i giapponesi e i “rossi” (siamo nella Los Angeles del dicembre 1941, dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti). La scena si svolge in un teatro dove il cantante, Paul Robeson, interpreta alcune arie e canzoni. Kay è là perché deve entrare in contatto con Claire De Haven, la “Regina rossa”, così chiamata per la sua militanza di sinistra, che preoccupa la polizia.
“Le luci in sala si sono spente del tutto, sostituite da quelle del palcoscenico. Il sipario si è alzato. Una donna pallida porta un grosso strumento a corda verso una sedia. Ė accolta da un cortese applauso e ringrazia chinando la testa. Paul Robeson appare sul palco, s’inchina e resta immobile sotto un riflettore. Scoppia un fragoroso applauso. Claire De Haven fa cenno ai suoi schiavi di alzarsi. Il resto del pubblico li imita. Io resto seduta. Non è il momento adatto per la sovversione.Robeson fa un altro inchino e solleva le mani. Sono onorato, grazie, ora seduti e zitti. La Regina e i suoi schiavi sono i primi a obbedire. Il resto del pubblico si siede e tace. Robeson si lancia in Ol’Man River. Il negro alto con la voce da basso profondo. Il lamento degli schiavi cantato dall’idolo di Broadway. I comunisti dilettanti. La ragazza ribelle di Sioux Falls. Il capitano fuori di testa e il suo pogrom anti-rossi. Mi sono messa a ridacchiare. Ė successo così. Scardinando tutti i miei calcoli. Quelli intorno a me mi hanno sentita. Ho avvertito occhiate severe nel buio. Robeson ha spremuto dalla canzone tutto il possibile ed è arrivato al crescendo. Il troubadour dei lavoratori nonché alunno di Princeton si lancia nello show biz. Gli elegantoni bianchi e gli scribacchini della Quinta Colonna vanno in delirio. Mi è venuto di nuovo da ridere. Si è sentito sopra gli applausi. Un uomo ha detto: -Ssshhh! – Ho riso più forte. Mi sembrava di avere di nuovo nove anni, in chiesa, la domenica, dopo il crollo del mercato azionario (…) Ero nervosa. Dovevo prendere contatto con i rossi, e nient’altro. Mi sembrava insufficiente. Un negro uscito da Princeton magnificava la lotta di classe. Una donna fragile con le calze smagliate strimpellava un liuto enorme. Ho riso coprendomi la bocca. La vedova mi ha sussurrato -Sta’ buona ragazzina. Povero Joe Hill. Incastrato e ucciso dai poteri forti. Non temete, il suo messaggio vive ancora (…) Robeson proseguiva con il tormento del Moro. Ho pensato al giapponese che avevo visto all’incontro di Bucky Bleichert e mi sono alzata in piedi. -Nessun essere umano merita di divertirsi, quando il mondo è in guerra e una città è impegnata in barbare azioni repressive contro persone innocenti, solo perché i compatrioti di quelle persone hanno commesso a loro volta una barbarie. Il tono era polemico. Il volume poco meno di un grido. Il moro non ha smesso di cantare mentre urlavo il mio appello.L’accompagnatrice ha posato il liuto. Dal pubblico, frusii, sibili, sussurri, grida di disapprovazione. Le luci in sala si sono riaccese. Ho notato del movimento al bordo del mio campo visivo. Ma non ho reagito. La Regina Rossa è stata la prima ad alzarsi e a guardarmi. -Nessun essere umano merita di divertirsi mentre poliziotti e agenti federali tormentano e detengono illegalmente dei cittadini americani di origine giapponese, nello spirito di un’isteria razziale, di una reazione esagerata a un’aggressione di stampo fascista, e… In un solo istante: il folle Moro si è azzittito e mi ha guardata. Tutte le luci in sala si sono accese. Tutti i consorti della regina si sono alzati a fissarmi. Grida, fischi, ammonimenti ingarbugliati crescevano fino a diventare un ruggito. -Bolscevica! -Fascista! -Fuori di qui, puttana! Ho urlato una risposta. Il ruggito della folla l’ha soffocata. Una maschera del teatro mi ha afferrato un braccio. Io gli ho tirato un pugno in faccia. L’ho colpito sul naso e ho sentito l’osso rompersi. Gli si sono riempiti gli occhi di lacrime. Tutti erano in piedi. La maschera barcollava, gemente. Tutti mi guardavano. La loro censura urlata riempiva la sala. Ho guardato negli occhi Claire De Haven, mentre un gruppo di uomini mi veniva addosso. Uomini in divise stupide, che mi hanno afferrata, stretta, sollevata da terra, mentre mi divincolavo. Mi hanno portata via. Me la godevo, mentre succedeva. Sono rimasta nel personaggio e ho continuato a opporre resistenza. Abbiamo risalito un corridoio, sbucando nell’atrio. Ho dato uno strattone e ho battuto la testa contro lo stipite di una porta. Ho visto un orologio a muro che segnava le 20.19.” (pp. 195-96)
A parte alcune incongruenze evidenti, si apprezzerà il gioco di dentro-fuori tra personaggio, contesto, pensieri e parole; come pure anche il ritmo carnevalesco della scena. Ė il meglio, a mio parere, della parte iniziale del romanzo. In altre parti invece si scade un po‘ nel film a effetto di serie b, con droghe esotiche, corpi sezionati e simili “parafenalia” americane. Il brano dove ho deciso che basta è il seguente:
“Il duce. Mussolini, molto bene. Sguardo corrucciato e testa enorme. Harry Cohn trasportò il duce in un armadio. Il busto pesava quaranta chili. Harry era un ebreo grasso con una pompa nel retto. Il suo ufficio era in stile fascista moderno. Un architetto d’interni omosessuale aveva curato tutti i dettagli. Era un ufficio ducesco. Dudley disse: -Sei un ragazzo intelligente, Harry. Ammiro quel mangiaspaghetti proprio come te, ma è meglio tenerlo al chiuso finché questo inutile conflitto mondiale non sarà finito. Harry aveva un tossore sclerotico. Lasciò cadere il duce nell’armadio. Il tonfo si propagò sul pavimento. Tornò sbuffando alla sua scrivania e si accese una sigaretta. -Dimmi cosa vuoi e senza giri di parole. Non vieni mai a trovarmi solo per socializzare. Dudley si accomodò meglio sulla poltrona. Sembrava adatta a ospitare un papa. Aveva anche un portacenere incorporato. -Devi diciannovemila dollari a Ace Kwan, Larry. E ne devi altri quarantottomila a Ben Siegel. Io posso procurarti i diciannovemila stasera. Ho un’occasione d’affari. Il normale colorito fucsia di Harry era divenuto violaceo. Quell’uomo emanava cattiva salute. -Succhiacazzi di un irlandese. Non vieni mai per socializzare. Dudley si diede una pacca sulle ginocchia. -Jack Kennedy viene in città. Sono certo che sai quello che ha in mente. Harry si grattò le palle. La sua scrivania sembrava la tomba di un faraone. Un piccolo piedistallo permetteva alle attricette di inginocchiarsi per fargli i pompini.” (pp.280-81)
Pam, fine! Passi l’ebreo fascista “con la pompa nel retto” (??!), ma non c’è modo che una scrivania possa essere equiparata alla tomba di un faraone. E il linguaggio colloquiale-volgare americano fa venire l’orticaria. Einaudi una volta era un editore cultural-progressista. Come può definire questo, nella quarta di copertina, “Il libro più atteso dell’anno: un capolavoro”. Siamo in decadenza. Cazzo!

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