Il popolo dell’abisso di Jack London

Recensione di Valerio

Il-popolo-dellabisso-290x450Jack London trascorse quasi tre mesi, da agosto a ottobre 1902, per le strade dei bassifondi londinesi, travestito da pezzente, per realizzare questo libro d’inchiesta e denuncia. Nella sua introduzione alla seconda edizione italiana, targata Mondadori, Mario Maffi cita i precursori del filone di “esplorazione sociale”, tra giornalismo e sociologia; gli inglesi: Sims, Mearns e Booth (fondatore dell’Esercito della salvezza e autore di “Life and Labour of the People of London” 1889-1902); e gli americani: da Timothy Shay (“Ten Nights in a bar-room. And what I saw there” 1854) al Mark Twain di “Un americano alla corte di re Artù” (1889). E bisogna ricordare che tra i primi c’era stato l’Engels de “La situazione della classe operaia in Inghilterra” (1845). La considerazione conclusiva di London fu: “La civiltà ha accresciuto di almeno cento volte la capacità produttiva dell’uomo, ma a causa di una cattiva gestione gli uomini che di questa Civiltà fanno parte vivono peggio delle bestie e possiedono meno da mangiare, meno da coprirsi, meno da proteggersi del selvaggio Inuit che, in un clima polare, vive come viveva diecimila anni fa, nell’età della pietra” (p.271). Dodici anni prima, il suo connazionale Jacob Riis, nel suo “Come vive l’altra metà. Uno studio sui quartieri operai di New York” si era posto la domanda retorica: “Credete voi davvero che possa durare l’edificio che tutela il nobile e schiaccia il povero?” Col senno di poi, possiamo rispondere: purtroppo sì! Nel “Popolo dell’abisso” ho trovato due linee guida: la riproduzione materiale dei proletari, che dipende dal salario, che dipende a sua volta dalle condizioni sociali che lo stabiliscono; e il dominio psicologico e poliziesco che la borghesia esercita perennemente. Al primo aspetto London dedicò un intero capitolo, nel quale analizzava voce per voce le spese che un lavoratore doveva sostenere per sopravvivere: affitto, pane, carne, verdure, carbone, tè, olio da illuminazione, zucchero, latte, sapone, burro, legna da ardere e così via. Non includendo in quella lista, la birra e le prostitute, che rientravano nell’ordinarietà dell’operaio inglese. Questo perché coi 5,25 dollari settimanali di ingresso, un operaio non avrebbe potuto teoricamente permettersele. Tutte le altre necessità, come un paio di scarpe, ad esempio, costringevano l’operaio a rinunciare a una porzione di cibo o al riscaldamento domestico per il tempo necessario ad accantonare la somma richiesta. Una vita sul filo del rasoio, insomma, e lavorando duro, anche 12 e più ore al giorno. Se poi capitava un incidente e il capofamiglia non poteva più provvedere, la famiglia si disgregava e finivano tutti per strada a fare i barboni. Nella capitale dell’impero mondiale, nell’estate del 1902, non esisteva niente di simile a un Welfare, anche se si tratta di una parola inglese. Esistevano i sussidi di povertà: “Ogni giorno, qualcosa come 1.000.000 di individui ricevono sussidi di povertà nel Regno Unito, e 1 individuo su 11, nell’intera classe lavoratrice, li riceve nel corso di un anno. 37.500.000 individui ricevono meno di 60 dollari al mese, per famiglia. Un esercito costante di 8.000.000 di persone sopravvive sull’orlo dell’inedia” (p. 248). La ragione fondamentale di tutto ciò, oltre alla proprietà privata dei mezzi di produzione, era che “ci sono più braccia disposte a lavorare che non lavoro da fare” (p.169); ossia quello che Marx definiva “esercito industriale di riserva”, che ancora oggi produce i suoi effetti deleteri per la classe lavoratrice, in termini di reddito percepito. L’altro tema, quello del dominio poliziesco e culturale ha aspetti interessanti, visti a distanza di oltre un secolo. “È il potere costituito a vietare che la gente senza fissa dimora dorma, di notte” (p.58). Si riferisce alle decine di migliaia di poveracci che gli ospizi non riuscivano ad accogliere e che erano costretti a vagabondare nottetempo per le strade di Londra. I “bobbies”, ossia i poliziotti, si incaricavano di impedir loro di stendersi in una aiuola o all’angolo di una strada, e li costringevano a svegliarsi e riprendere il cammino, fino alle cinque del mattino, quando venivano aperti i cancelli dei parchi pubblici e gli si permetteva di dormire un paio d’ore appena. Il senso di quella tortura, con la scusa del pubblico decoro, era di schiacciarli sotto il tallone dell’autorità, facendogli chiaramente intendere la sua capacità repressiva. Lo strumento privilegiato del potere era senza dubbio l’alcol. Il pub era una istituzione, perché prometteva un temporaneo oblio delle terribili condizioni di vita, e perché data la situazione abitativa, chi poteva, uomini e donne, fuggiva dalle mura domestiche, dove vivevano tutti nella massima sporcizia e sovraffollamento. “A nulla serve predicare temperanza e astinenza a questa gente. Può darsi che l’abitudine del bere sia causa di molte altre miserie, ma è a sua volta il prodotto di innumerevoli miserie precedenti. I crociati della temperanza possono sgolarsi sui mali dell’alcolismo; ma fintantoché i mali che spingono la gente al bere non verranno eliminati, l’alcolismo e le sue tragedie rimarranno” (p.260). La celebrazione della regia autorità imperiale era un altro strumento di dominio ideologico delle masse. Proprio durante la sua permanenza a Londra, London assistette all’incoronazione di Edoardo VII, e la descrisse in modo magistrale. “Lungo tutto il percorso… un’unica, ininterrotta manifestazione di forza smisurata. Migliaia e migliaia di uomini, uomini di splendida costituzione, la crema della popolazione britannica, la cui unica funzione vita natural durante è obbedire ciecamente, e ciecamente uccidere, distruggere, spazzare via esistenze…lungo tutta Whitehall si levano grida di giubilo, e la folla ondeggia travolta dall’entusiasmo… eccoli qui, davanti ai nostri occhi, che sfilano arroganti e consci del loro potere, questi uomini d’acciaio, questi signori della guerra, questi dominatori del mondo intero. Alla rinfusa li seguono nobili e borghesi, principi e maragià, dignitari di corte e guardiani della torre; e poi i coloniali, uomini agili e robusti, e dietro di loro tutte le razze del mondo: soldati del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda, delle Bermude, del Borneo, delle Isole Figi, della Costa d’Oro… seguono i soldati dell’India che rendono omaggio a chi ha conquistato la loro terra… e ora, e ora… uragani di hurrà, applausi scroscianti… sì! «Il Re! Il Re! Dio salvi il Re!» Sembravano tutti impazziti, anch’io sono contagiato da questa follia, anch’io mi sento travolgere dall’entusiasmo, provo la voglia di gridare: «Dio salvi il Re!». Intorno a me, vecchi ispidi e cenciosi lanciano in aria cappelli informi, gli occhi cisposi traboccanti di lacrime, e urlano estatici: «Sia benedetto! Sia benedetto!»…faccio uno sforzo per tornare in me, tento di convincermi che tutto ciò che vedo è reale…non una pagina strappata al mondo delle fate” (pp.123-127). Di tutto questo London fu testimone, testimone intimorito e a volte perfino terrorizzato. Il suo sguardo su questa umanità cenciosa e derelitta è tutto in queste parole: “Un serraglio di bipedi cenciosi più simili a bestie che non agli esseri umani che una volta erano stati… trassi un sospiro di sollievo quando vidi che i guardiani erano presenti, perché… ero un “bersaglio” fin troppo ovvio per le creature predatrici che al pari delle pantere si aggiravano furtive su e giù per le strade. Di tanto in tanto, se l’agente era lontano, uno di questi esseri mi lanciava un’occhiata tagliente, famelica, da lupo dei bassifondi qual era, e subito mi afferrava il terrore delle loro mani, delle loro mani nude, come potrebbe afferrare il terrore degli artigli di un gorilla… avevano corpi tozzi e deformi… eppure in quei corpi rattrappiti c’era forza, una forza feroce e primordiale… sono una specia nuova, una razza nuova di selvaggi metropolitani” (p.243). Maffi, nella sua introduzione, fa notare come London non scriva queste parole solo per esigenze editoriali, per trasmettere un brivido un po’ gotico ai suoi lettori, ma perché prova un autentico orrore per il degrado che lo sfruttamento e l’oppressione hanno provocato nel proletariato londinese. Ed è l’orrore del piccolo borghese, di colui che è sfuggito alla miseria e ha condizioni di benessere da difendere, per un possibile abisso che potrebbe riguardarlo e che gli si apre davanti. London passò quei tre mesi assieme al popolo dell’abisso, condividendone le sofferenze e la miseria estrema, ma aveva affittato una stanza sicura, con le sue cose e una riserva di denaro, in un luogo protetto, dove poteva fare ritorno e “staccare” per un giorno o due. Ecco come descriveva il rientro in quel porto sicuro: “Corsi e corsi, finché non arrivai alla mia stanzetta, e qui mi tolsi gli stracci da barbone e – senza che fosse passata un’ora, dalla mia “evasione” – m’immersi nei vapori di un bagno turco nel tentativo di spremere fuori dalla pelle, insieme al sudore, tutti i germi, tutte le infezioni, tutti i microbi che vi fossero entrati, e rimpiangendo di non poter sopportare una temperatura almeno dieci volte superiore” (p.99) E in un altro passaggio: “…mi liberai di quegli orrendi stracci, e m’infilai tra due candide lenzuola profumate di pulito, addormentandomi di colpo. Erano le sei del pomeriggio: quando riaprii gli occhi , le lancette del mio orologio indicavano le nove del mattino dopo…Avevo dormito quindici ore filate! E mentre poltrivo nel tepore del letto, la mente mi corse ai settecento disgraziati che avevo lasciato in attesa del servizio religioso. Niente bagno e niente rasatura per loro, niente lenzuola profumate di pulito…” (pp.119-120). È lo sguardo sull’altro, più felice della distanza di sicurezza dall’abisso che non empatico rispetto ai disgraziati che vi sono precipitati. Non mancano anche accenni di pietà, oltre a una costante indignazione e una critica dei mali del capitalismo. Ma all’abisso si è sempre e soprattutto felici d’essersi sottratti, in ogni epoca e luogo.

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