Due di Andrea Biondi

Recensione di Cassandra

La narrazione storica che a poco a poco si dipana di un episodio, la tragica fine di Italo Balbo, forse uno dei primi misteri italiani mai svelati ma che nel cuore di ognuno rimangono grevi di sospetti, apre il primo capitolo del libro. Il corsivo ci ricorda che è una storia antica e così come ci viene narrata forse noi non la conosciamo. Poi cambia il tratto e si passa al quotidiano ma la struttura rimane particolare e accattivante che già il titolo ce lo anticipa. Due.  Come i punti di vista dei protagonisti che si intrecciano e ci danno la loro personale prospettiva, anche per loro diversità di genere, dello svolgersi degli eventi e della percezione delle cose mondane.
E la trama si infittisce presa per mano da una verve leggera e da una bella caratterizzazione dei personaggi che hanno l’unica pecca di ricalcare a volte rodati cliché televisivi.
Un peccato, perché in certi punti il loro dialogare ironico e l’incalzare della trama mi ricorda le pagine di Chandler e da respiro a un giallo che rischia di scivolare nel classico seriale televisivo da “Cold Cases”.  Ottima la capacità dello scrittore d’incalzare e condurre le due vicende, quella storica in corsivo e la contemporanea bi-prospettica, e farle sembrare parallele fin quasi alla fine del libro quando la narrazione passa da storica a splatter nel giro d’un respiro trattenuto. Si perde il senso del cliché e ci si ritrova come nei vecchi gialli a fare il tifo per l’eroe, e qui c’è scelta che ne abbiamo due, fieri di aver quasi da soli scoperto dove e come la trama storica e quella contemporanea si uniscono in un unico pulsante incalzare di eventi.
Un giallo storico “bollito duro” alla romagnola.
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Padania Blues di Angelo Ricci

Recensione di Cassandra

Piccoli dettagli irrisolti o del tutto soluzionati e le nebbie della pianura sono quelle di ogni luogo nel mondo.
Cattiverie inattese che scoprono il nervo di un’umanità falsamente ecumenica e mite.
Bontà paradossali e non te le aspetteresti mai, chiuso nei confini provinciali dei tuoi archetipi padani.
Schegge che si piantano sotto le unghie mentre cerchi di calmare la tua crosta dalla noia d’una puntura e ti risalgono al cuore lungo le vene.
Acidi irrefrenabili che rivolano in succhi già compressi da un diligente e rassegnato Super-io; irritanti come lo è la verità svelata e inconfutabile a una ragione che suona di moneta.
Ossimori fastidiosi che mitigano in dolci consuetudini. Negli argini di campi di riso, fuori dal tempo e dallo spazio ma dentro ad ogni luogo del ricordo in un “ovunque” atteso e un consueto “fuori-che-qui”.
Logici, come di rado il genere umano.
Belli.
Racconti
“….E il tempo diventa della fredda disillusione dei figli. Amore infinito ma costretto dal misurarsi pieno con chi da noi, non è più di noi. E ci detesta…..”

Cinquanta sfumature di grigio di E. L. James

Recensione di Cassandra

Finito! Non sono stata spesso così insofferente nei confronti di un libro, soprattutto di uno che è al top delle vendite per essere altamente pruriginoso. Non sono però un lettore che è uso saltare le pagine noiose( anche perché delle 369 pagine ne rimarrebbe ben poche) perché il mio inconscio senso del dovere tende a non permettermelo nemmeno quando si tratta di tomi di diritto canonico o estimo agrario. Ma qui si tratta d’evitare d’addormentarsi in corso d’opera, cioè sulle pagine medesime. L’aspetto della cosa che più mi ha lasciato perplessa è che le pagine incriminate di noia e banalità mortali erano le più piccanti dove la protagonista descriveva in prima persona l’intimità del suo rapporto con dovizia di particolari da documentario medico, sull’anatomia e la fisiologia d’un partner più improbabile del Barone di Munchausen e in luoghi e situazioni che definire stereotipate sarebbe parlar per eufemismi e definire arrapanti invece parlare per iperboli.
All’ennesimo improbabile coito più scontato di quello di una coppia alle nozze d’argento ho avuto l’impressione d’aver perso il segno e di stare rileggendo una pagina già percorsa. Poi mi sono convinta, analizzando le dinamiche che l’autore e/o autori abbiano ben lavorato di copia incolla.
Anche la protagonista è un peculiare tipo di donna, o ragazzina, vista l’età, tanto estranea dal mio sentire femminile che mi sono venuti un paio di dubbi tipo che o io sono del genere sbagliato o lo è lei. M’ha colto ad un certo punto il sospetto che chi scrive, delle donne, dei loro pensieri o anche della loro sensibilità erotica o solo conservativa della specie, poco conosca se non i soliti chichè che i maschi favoleggiano ai quattro venti per compiacere il loro ego. Di sicuro però un prodotto, ben confezionato certo ma freddo come una minestra di pensione e composto ad hoc a tavolino da un manipolo di esperti di marketing e comunicazione per accontentare palati facili che non hanno mai avuto accesso nella vita ai classici dell’erotismo.  Sarò selettiva o spocchiosa ma nemmeno le scene più spinte m’hanno minimamente rizzato un pelo mentre mi sono riacchiappata un attimo dal pisolare ai pochi tentativi di approfondimento della psiche dei personaggi tentando pure un consciamente d’incoraggiarli lungo questo impervio e mal praticato percorso con un caloroso “dai che ce la puoi fare”. Ma forse era un libro di sottile humor inglese e non me ne sono accorta.

Quando Teresa si arrabbiò con Dio di Alejandro Jodorowski

Recensione di Cassandra

Ho affrontato questo libro in un momento della vita in cui come Teresa mi sono sentita arrabbiata con Dio fino a negarne l’esistenza e volevo condividere la strada che Teresa aveva percorso per giungere al mio stesso risultato. Devo ammettere che tra la miriade di storie e personaggi che si incrociano, quella di Teresa è quella a cui più sono affine. E’ un libro difficile questo, e procedendo nella lettura mi sono sentita più spesso un sacco da box che un lettore. A volte l’ho odiato profondamente per la violenza e la crudeltà delle storie spiattellate e più perché queste storie le riconoscevo vere dentro di me.  Altre volte ne sono stata annoiata fino allo sbadiglio persa tra i mille rami di alberi genealogici poco affini su cui erano appollaiate orde di antenati e personaggi surreali. Ma tutto è calcolato, tutto è parte della provocazione onirica e magica del genio di Jodorowsky e se si fatica a seguirlo, la colpa non può essere certo la sua. E’ un libro violento, spesso eccessivo nelle raccapriccianti descrizioni dei vizi umani, ma relegarlo come un esercizio di scritti fantastici è come negare la realtà del cosmo e nascondere la testa sotto la sabbia.
La realtà ci ha riservato, perpetrati anche dai migliori degli uomini, delitti ben peggiori anche se il tempo e la tendenza umana all’oblio ne hanno fatto favole e operette morali.
Lo scrittore tuttavia non è mai scontato e tratteggia i personaggi con una drammaticità squisitamente teatrale e del tutto grafica. Pare di vederceli veramente davanti e capisco come questo possa infastidire o turbare menti ipocrite che hanno speso secoli di biacca sulle proprie coscienze.
Probabilmente se non fosse un’opera così irritante, che mette di fronte ai propri personali fantasmi ed ossessioni, non mi sarebbe piaciuta tanto. E’ teatro allo stato puro, dell’assurdo con le sue storie fantastiche di circhi, ballerine tristi, lotte operaie, bontà angeliche e cattiverie sordide, calcoli e generosità. Teatro nei vestiti dei personaggi, nell’iconografia delle azioni anche le più abominevoli, nella descrizione degli amori più puri ed impossibili e nella ricostruzione nobile e favolosa di radici umili e mediocri.  Come potrebbe non piacermi dal momento che la vita stessa è un palcoscenico.

Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna

Recensione di Cassandra

Che i finlandesi avessero un peculiare senso dell’umorismo avevo avuto modo di rendermene conto quando, anni fa, a un’esposizione canina di levrieri ho incontrato una splendida coppia di giudici giganti che allevano l’unica razza di levrieri, gli irish wolfhound, che potesse contendere ad Alani e Molossi il primato del sovradimensionamento, sempre per lo stesso principio universale e non scritto che il cane e il padrone in qualche modo si assomigliano. Da questo popolo, in ogni modo tutto ci si aspetta tranne che sappiano ridere così sottilmente e cinicamente dei propri difetti e delle proprie paranoie.
La tendenza al suicidio, il carattere melanconico e ossessivamente pignolo, la paura del buio e della solitudine, tutto viene esposto con ironia alla Wodehouse in una prosa leggera e onirica, dove i tratti fisici e psicologici dei personaggi richiamano archetipi ancestrali silenti nei più profondi “io” di noi tutti. Ognuno dei personaggi porta una caratteristica in cui ci riconosciamo e se ogni libro che viene scritto in qualche modo rappresenta un viaggio, questo lo fa al quadrato.

L’avventura degli aspiranti suicidi che, riuniti nella Libera Associazione Morituri Anonimi, attraversa tutta l’Europa in pullman come se questa fosse l’animo umano collettivo alla ricerca della morte migliore e in compagnia, sviluppa, matura e trova compimento nel viaggio stesso e in fondo rende accettabile anche il grande salto nel vuoto che è la morte stessa. Un libro estremamente piacevole da leggere, scritto bene che mesmerizza il lettore meno superficiale con l’organizzata pacatezza nordica e l’aplomb nel descrivere sentimenti estremi come paura, amore, solitudini e scala di valori. Certo tutti questi sentimenti bisognerebbe che un lettore che ama definirsi tale poi fosse in grado di coglierli. Altrimenti ci sono sempre le guide del Touring.